Analisi delle radici della funzione sociale dell’iniziativa economica

privata di cui l’articolo 41 della Costituzione

Dalla mano invisibile di Adam Smith all’interventismo statale di John Maynard Keynes

Adam Smith (1723-1790) fu il primo a delineare i principi fondamentali su cui si basa il pensiero economico classico. La principale opera di Smith, considerato il profeta della rivoluzione industriale, è “Ricerca sopra la natura e le cause della ricchezza delle nazioni” che fu pubblicata nel 1776. Da questo testo ne ricaviamo delle frasi fondamentali:

Non è certo dalla benevolenza del macellaio, del birraio o del fornaio che ci aspettiamo il nostro pranzo, ma dal fatto che essi hanno cura del proprio interesse. Noi non ci rivolgiamo alla loro umanità, ma al loro egoismo e con loro non parliamo mai delle nostre necessità, ma dei loro vantaggi. Quando ogni individuo dirige l’attività produttiva in modo tale che il suo prodotto sia il massimo possibile, egli mira solo al suo proprio guadagno ed è condotto da una mano invisibile, in questo come in molti altri casi, a perseguire un fine che non rientra nelle sue intenzioni. Né il fatto che tale fine non rientri sempre nelle sue intenzioni è sempre un danno per la società. Perseguendo il suo interesse, egli spesso persegue l’interesse della società in modo molto più efficace di quando intende effettivamente perseguirlo.

Con queste parole A. Smith definì la teoria della mano invisibile affermando che: per promuovere la ricchezza nazionale, nessuna politica è più efficace del laissez faire, cioè il liberismo economico, perché i singoli cercando il loro interesse privato, aumentano il benessere dell’intera collettività. Utilizzò, quindi, la metafora della “mano invisibile”, infatti il sistema economico è guidato da una forza suprema e oscura (appunto la “mano invisibile”), che permette uno sviluppo armonico dell’economia, e non deve essere ostacolata da alcun intervento statale.

In sostanza il singolo perseguendo il suo egoistico fine, quello del profitto, o in generale quello del proprio tornaconto, favorisce indirettamente la circolazione dei beni, del reddito, della ricchezza e quindi contribuisce al benessere collettivo. Egli fa l’esempio del macellaio, il quale perseguendo il suo fine, cioè quello della massima vendita di carne, quindi del suo massimo profitto, indirettamente, favorisce la circolazione della moneta, in quanto la carne venduta comporta incassi, quindi acquisti di animali, manutenzione degli impianti, consumi di energia, a loro volta gli animali acquistati permettono al fornitore di allevare gli stessi animali, al manutentore di comprare il carburante del furgone, gli attrezzi, di pagare gli stipendi, infine il pagamento dell’energia finanziava l’attività delle aziende di erogazione e dei propri dipendenti, a loro volta si innescava un nuovo processo di remunerazione. Al funzionamento di questo meccanismo concorrono altri due pilastri: il riconoscimento della proprietà privata e del prezzo.

Il liberismo economico e il suo “auto equilibrio“, nella realtà si dimostrò fragile rispetto alla decantata stabilità teorizzata da Adam Smith, tanto è vero che negli anni ‘20 del Novecento apparve chiaro che quell’equilibrio stava per rompersi. Il basso livello retributivo impediva ai lavoratori di esprimere una domanda proporzionata alla vasta gamma di beni prodotti da un’industria ormai moderna e avanzata, causando una diminuzione nella produzione e negli investimenti da parte delle imprese. Di conseguenza, ci furono licenziamenti di massa, che innescarono una grande crescita della disoccupazione, il calo dei redditi delle famiglie e l’ulteriore riduzione della domanda di beni e, quindi, della produzione, innescarono a sua volta una spirale negativa da cui non si riusciva ad uscirne fuori. La crisi scoppiò negli Stati Uniti nel 1929, anno del crollo della borsa di Wall Street, e da lì si propagò nel resto del mondo industrializzato.

In quel periodo lo studioso inglese John Maynard Keynes (1883-1946) propose una nuova interpretazione dei fenomeni economici che metteva in discussione i principi fino ad allora ritenuti inviolabili, con la quale prese in considerazione i cosiddetti soggetti economici: famiglie, imprese e Stato. Keynes dimostrò che “le libere forze del mercato non sono in grado di risollevare il sistema economico dalla crisi, perché le imprese non sono disposte a investire capitali, e quindi ad assumere manodopera, se non vi è una buona prospettiva di profitto”. Tale prospettiva è presente solamente se aumenta la domanda dei beni che le imprese producono e, dunque, se cresce il reddito delle famiglie. Considerando un periodo di crisi, ciò sopra affermato non riuscirebbe a concretizzarsi, di conseguenza l’unico soggetto che può finanziare gli investimenti è lo Stato, che agisce senza porsi l’obiettivo di realizzare un profitto. Pertanto, se lo Stato esegue investimenti, assume anche manodopera favorendo così l’occupazione; dunque, all’aumento del reddito familiare e della domanda di beni di consumo accresce le prospettive di profitto delle imprese, che possono quindi ricominciare ad investire ed aumentare la produzione.

La grande rivoluzione di Keynes è stata quella di aver attribuito per primo allo Stato dei compiti produttivi. Pertanto, lo Stato deve intervenire nei periodi di crisi effettuando investimenti che favoriscono la piena occupazione dei lavoratori e dei capitali, agevolando un riequilibrio nella distribuzione del reddito mediante provvedimenti a favore dei più poveri (sussidi di disoccupazione, assegni familiari ecc.). Inoltre, deve promuovere e controllare lo sviluppo economico.

Sintetizzando, Keynes confutò le teorie di Adam Smith dimostrando che lasciare il mercato libero di fluttuare, genera un circolo vizioso che culmina nella crisi stessa del mercato, come dimostra la crisi del 1929, infatti il mercato non è in grado di riprendersi autonomamente, generando conseguenze per tutti: chiusura di imprese, licenziamenti di lavoratori, crollo della domanda di beni e il dilagare della disperazione. Da ciò si evince che il libero mercato non è la soluzione per tutto. Ecco perché deve essere corretto con interventi che limitano la libertà del mercato stesso affinché esso possa svolgere una funzione sociale: tutela dei diritti dei lavoratori, dei consumatori, prevedere delle tutele per i più disagiati etc. favorire l’uguaglianza in genere. Quindi, l’esistenza della mano invisibile è vera, ma quando il mercato va in crisi, non è in grado di autoregolarsi e di riprendersi, sprofondando in un’inesorabile spirale che peggiora la situazione.

Questa continua lotta concettuale tra teorie sulla libertà di mercato che, non prevedono interventi dello Stato e teorie che invece non solo sostengono l’intervento dello Stato, ma che prevedono anche vincoli alla libera iniziativa economica del privato per rendere questo meccanismo più aderente al rispetto dei diritti e delle dignità, ha caratterizzato la discussione e la scelta dei modelli Economici a base delle costituzioni dei più importanti paesi Europei ed occidentali in genere.

L’Italia, in particolare nella nostra Costituzione stabilisce che si debbano attuare delle forme di economia mista, in cui coesistono l’iniziativa privata e l’azione economica dello Stato. In particolare, sono ammesse e tutelate l’attività economica e la proprietà privata, ma allo stesso tempo è previsto che lo Stato intervenga al fine di favorire la solidarietà sociale e di realizzare l’uguaglianza tra cittadini.

L’articolo 41 della Costituzione afferma che:

L’iniziativa economica privata è libera (c.1); Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla salute, all’ambiente, alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana (c.2); La legge determina i programmi e i controlli opportuni perché l’attività economica pubblica e privata possa essere indirizzata e coordinata a fini sociali e ambientali (c.3)”.

Nel comma 1 emerge l’affermazione del riconoscimento dell’economia di mercato, del capitalismo, come modello economico, ma al comma 2 la Costituzione fissa subito dei paletti, laddove pone dei limiti alla libera iniziativa economica non tanto e non solo per questo fine ma soprattutto per indicare che la tutela dei valori e interessi sono ad essa sovraordinati, a cominciare dal diritto di accedere alla proprietà con il lavoro e il risparmio (art.42); a quello della sicurezza, che comprende gli interventi legislativi a tutela del lavoratore sul luogo di lavoro (Decreto legislativo n.81 del 2008 e seguenti modifiche); a quello della salvaguardia, la tutela e il miglioramento della qualità dell’ambiente ed alla protezione della salute umana, all’uso razionale delle risorse naturali, tutte previsioni inserite nel testo unico ambientale e successive modifiche (D. lgs. N.152 2006); ai  diritti dei lavoratori (art.36 Cost.), ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia una esistenza libera e dignitosa; ai diritti della donna lavoratrice e alla parità sul posto di lavoro (art.37 Cost.); al diritto al mantenimento da parte dello Stato in caso di inabilità al lavoro (art.38 Cost.); al diritto ad aderire ad un’organizzazione sindacale (art.39 Cost.) e in particolare il diritto di sciopero come strumento di lotta per gli stessi diritti (art.40 Cost.); al diritto a partecipare a cooperative (art.46 Cost.);  infine ha sfondo sociale anche il riferimento all’art.2 della Costituzione quando parla del concetto di solidarietà economica e sociale, che si estrinseca in virtù del fatto che coloro che hanno capacità contributiva devono pagare le imposte per contribuire alla spesa pubblica statale mentre la solidarietà sociale si manifesta con il lavoro e il pagamento dei contribuiti sociali per la previdenza e assistenza sia in capo, soprattutto, al datore di lavoro ed in misura inferiore in capo al lavoratore. Nel comma 3, la Costituzione impone allo Stato di impegnarsi allo scopo di raggiungere i fini predetti e ciò viene realizzato mediante politiche relative a singoli settori economici, per specifici obiettivi e che si concretizzano in incentivi o sgravi fiscali. Si concretizza inoltre la forma di economia mista pubblica/privata, quando lo Stato pone delle norme di regolamento e interviene in qualità di soggetto imprenditore, sia costituendo imprese sia assumendo il controllo, totale o parziale, di imprese già esistenti, è quello che è avvenuto negli anni ’70 e ’80 con le partecipazioni Statali. Questi interventi purtroppo non hanno portato ai risultati sperati anzi hanno portato allo sperpero di denaro pubblico ed all’aumento smisurato debito pubblico. Negli anni ’90 si è assistito ad un processo opposto, cioè la tendenza a privatizzare le imprese pubbliche.

Ecco i motivi che stanno alla base dei limiti all’iniziativa privata al fine di perseguire fini sociali, ovvero la tutela della dignità umana, del lavoratore, della sicurezza e della salvaguardia dell’ambiente,

Fonti:, “La ricchezza delle nazioni” A.Smith,  Diritto ed Economia – Paolo Ronchetti IV ed. vol.I  pag.62-63 e pag.71,  Erasmus.

In foto: John Maynard Keynes

Gerardo Santi – 3ALG