Il 27 gennaio ricordiamo le vittime della Shoah. Ma accanto ai sei milioni di ebrei sterminati
dai nazisti nei lager, ci sono storie di persecuzione meno note, di vite spezzate in modi
diversi. Una di queste è la storia di Lise Meitner (1878 – 1968), la fisica austriaca che
spiegò teoricamente la fissione nucleare e fu cancellata dalla storia per quasi mezzo
secolo.
Prima di diventare il bersaglio delle leggi razziali, Lise Meitner dovette combattere una
battaglia, silenziosa ma feroce, per il semplice diritto di imparare. Nata a Vienna nel 1878,
Lise crebbe in un’epoca in cui l’istruzione pubblica per le ragazze terminava bruscamente
a quattordici anni. Mentre i suoi fratelli potevano accedere al Gymnasium (il liceo) per
prepararsi all’università, alle donne questo percorso era precluso per legge. Ma la curiosità
scientifica di Lise non poteva essere arginata. Da bambina, dormiva con un libro di
matematica sotto il cuscino e, sostenuta da genitori progressisti che la incoraggiavano a
pensare con la propria testa, recuperò privatamente otto anni di studi scolastici in soli due
anni. Nel 1901, affrontò il temuto esame di maturità (la Matura) presso un istituto maschile:
delle quattordici ragazze che tentarono l’impresa quell’anno, solo quattro passarono. Lise
era una di loro.
L’ingresso all’Università di Vienna le aprì le porte di un mondo nuovo, dominato dalla
figura carismatica del fisico teorico Ludwig Boltzmann (1844 – 1906), uno dei padri della
meccanica statistica e dell’interpretazione statistica del secondo principio della
termodinamica. Le sue lezioni furono per Meitner una rivelazione: Boltzmann le trasmise la
visione della fisica non come una fredda disciplina, ma come “una battaglia per la verità
ultima”, una visione che Lise non avrebbe mai più abbandonato. Nel 1906, divenne la
seconda donna nella storia dell’Università di Vienna a ottenere un dottorato in fisica.
Tuttavia, la Vienna dell’epoca le offriva poche prospettive oltre l’insegnamento scolastico.
Nel 1907, con un coraggio inusuale per una donna sola di quell’epoca, si trasferì a Berlino
per seguire le lezioni del grande fisico Max Planck (1858 – 1947), vincitore del Premio
Nobel per la Fisica 1918 per la scoperta dei quanti di energia. Lì, nell’austera Prussia, le
donne non erano ancora ammesse ufficialmente all’università; Planck dovette concederle
un permesso speciale per assistere alle sue lezioni. In questo contesto, Lise incontrò il
giovane chimico tedesco Otto Hahn (1879 – 1968). Poiché il direttore dell’Istituto di
Chimica dell’Università di Berlino, Emil Fischer, non permetteva alle donne (egli ne
giustificò l’esclusione sostenendo di temere che le loro acconciature “esotiche” potessero
prendere fuoco sui becchi Bunsen) di lavorare nei laboratori frequentati dagli studenti
maschi, Lise e Otto furono relegati a lavorare in una vecchia falegnameria riadattata nel
seminterrato dell’istituto di chimica, con un ingresso separato.
Fu in quella falegnameria che iniziò una delle collaborazioni scientifiche più fruttuose del
XX secolo, tra strumenti primitivi, polvere di legno e su un pavimento ligneo che aveva
delle crepe in cui si accumulavano gocce di mercurio che rendevano l’ambiente
potenzialmente tossico. Lise Meitner aveva superato i pregiudizi di genere con la sola
forza del suo intelletto, diventando un membro rispettato dell’élite scientifica tedesca.
Nessuno, allora, poteva immaginare che trent’anni dopo, quella stessa nazione che
l’aveva accolta l’avrebbe ripudiata, non per il suo genere, ma per le sue origini.
Nel 1926 ottenne finalmente la cattedra, diventando la prima professoressa di Fisica in
Germania. La sua fama internazionale cresceva e il fisico tedesco Albert Einstein (1879 –
1955), Premio Nobel per la fisica 1921 per la spiegazione dell’effetto fotoelettrico, la
chiamava addirittura “la nostra Madame Curie”.
Il 30 gennaio 1933, Adolf Hitler divenne cancelliere. Poche settimane dopo, la “Legge per
il ripristino del pubblico impiego” bandì tutti gli ebrei dalle università e dagli istituti di
ricerca. I colleghi di Meitner iniziarono a scomparire: James Franck, Leó Szilárd, Fritz
Haber furono costretti ad abbandonare le loro posizioni.
Lise era nata in una famiglia ebraica viennese e si era convertita al protestantesimo da
giovane. Sperava che il suo passaporto austriaco e la conversione la proteggessero. Si
sbagliava. Nel settembre 1933, le fu revocata l’autorizzazione a insegnare. Non poteva più
tenere lezioni, partecipare ai colloqui del mercoledì, pubblicare articoli o presenziare a
conferenze. Quando Hahn presentava il loro lavoro comune, non poteva nemmeno
pronunciare il suo nome.
“Quando dissi a Planck che qualcosa di così illegittimo non poteva essere una legge,
sembrò visibilmente sollevato” — scrisse Meitner anni dopo, ricordando l’impotenza dei
colleghi di fronte alle leggi razziali.
Al Kaiser-Wilhelm-Institut für Chemie, Meitner continuò a lavorare in una situazione
sempre più precaria. Kurt Hess, un chimico nazista che dirigeva un dipartimento
dell’istituto, la perseguitava apertamente: “L’ebrea mette in pericolo questo istituto. Deve
andarsene”, ripeteva ai colleghi.
Meitner si aggrappava al suo lavoro. “Il lavoro era un buon amico”, scrisse, “e ho spesso
pensato a quanto sia meraviglioso che attraverso il lavoro si possa ottenere una lunga
tregua dall’oblio delle condizioni politiche oppressive.”
Nel 1933, la Fondazione Rockefeller le offrì fondi per una posizione all’estero. Ma Planck e
Hahn la convinsero a restare. Così Meitner rifiutò l’offerta. Fu un errore che avrebbe
rimpianto per sempre.
Il 12 marzo 1938 le truppe tedesche entrarono in Austria; l’annessione (Anschluss) fu
proclamata il 13 marzo. In una notte, Lise Meitner perse tutto: “Andai a letto come cristiana
austriaca e mi svegliai come ebrea tedesca”, scrisse. Il suo passaporto austriaco non
esisteva più. Non aveva più alcuna protezione.
Pochi giorni dopo, Hahn la chiamò nel suo ufficio. Le disse che non doveva più venire
all’istituto. Nel suo diario, Meitner annotò con amarezza: “Mi ha sostanzialmente cacciata.”
Hahn, l’uomo con cui aveva lavorato per trent’anni, aveva anteposto la sua carriera alla
loro amicizia.
All’inizio di luglio 1938, arrivò l’avviso che una nuova legge avrebbe proibito a tutti i
laureati, ebrei o meno, di lasciare la Germania. Se Meitner voleva fuggire, doveva farlo
subito. Un gruppo di colleghi olandesi e svedesi organizzò un piano audace.
La mattina del 13 luglio 1938, Meitner salutò Hahn per l’ultima volta. Lui le mise in mano
un anello di diamanti appartenuto a sua madre: doveva usarlo per corrompere le guardie
di frontiera “in caso di urgente necessità”. Paul Rosbaud, un amico e collega che era
anche una spia britannica, la accompagnò alla stazione. Durante il tragitto, Meitner fu
presa dal panico e lo implorò di tornare indietro. Lui la calmò e continuò a guidare.
Alla stazione di Berlino, la polizia e le SS erano ovunque. Meitner salì sul treno per
l’Olanda con due piccole valigie e dieci marchi in tasca. Il fisico olandese Dirk Coster
viaggiava sullo stesso treno, fingendo di non conoscerla. Durante le sette ore di viaggio, le
guardie naziste controllarono ripetutamente i documenti. Meitner aveva solo un
passaporto austriaco scaduto.
“Ebbi la paura più grande della mia vita quando una pattuglia militare nazista di cinque
uomini prese il mio passaporto austriaco, scaduto da tempo. Ebbi così tanta paura che il
mio cuore quasi si fermò. Sapevo che i nazisti avevano appena aperto la caccia agli ebrei.
Per dieci minuti rimasi seduta ad aspettare, dieci minuti che sembrarono tante ore. Poi uno
degli ufficiali nazisti tornò e mi restituì il passaporto senza una parola.”
Due minuti dopo, attraversò il confine olandese. Era salva. Quello che Meitner non sapeva
è che Kurt Hess, il nazista dell’istituto, aveva scoperto i suoi piani di fuga e avvisato le
autorità. Se avesse ritardato anche solo di poche ore, sarebbe stata arrestata.
A quasi sessant’anni, Meitner dovette ricominciare da zero in Svezia. Le condizioni erano
misere: nessun laboratorio attrezzato, nessun assistente, uno stipendio da collaboratrice.
“Scientificamente vivo come Robinson sulla sua isola”, scrisse a un’amica. “Alla mia età,
una situazione davvero disperata.”
Eppure, proprio in esilio, fece la sua scoperta più importante. Nel dicembre 1938, Hahn le
scrisse da Berlino: bombardando l’uranio con neutroni, lui e il chimico tedesco Friedrich
Wilhelm Strassmann (1902 – 1980) avevano trovato del bario. Era impossibile, secondo
tutte le teorie note. Meitner analizzò i dati durante una passeggiata sulla neve con il nipote
Otto Robert Frisch (1904 – 1979), anch’egli fisico. Capì che il nucleo di uranio si era
spezzato in due, liberando un’enorme quantità di energia. Era nata la fissione nucleare.
Meitner e Frisch pubblicarono la spiegazione teorica sulla prestigiosa rivista Nature l’11
febbraio 1939, con il titolo “Disintegration of Uranium by Neutrons: A New Type of Nuclear
Reaction”. Furono loro a proporre il termine “fissione”, preso in prestito dalla biologia
cellulare. Ma Hahn, nella sua pubblicazione su Naturwissenschaften apparsa poche
settimane prima, non aveva nemmeno menzionato il loro contributo.
La scoperta della fissione aprì la strada all’era nucleare — e alla corsa per costruire
un’arma atomica. Nel 1942, gli Stati Uniti avviarono il Progetto Manhattan sotto la guida
del fisico statunitense Robert Oppenheimer (1904 – 1967).
Molti fisici europei fuggiti dal nazismo vi parteciparono: Leó Szilárd, Edward Teller, James Franck, e anche Otto Robert Frisch, il nipote di Meitner che con lei aveva formulato la teoria della fissione.
Meitner fu invitata a unirsi al progetto. Rifiutò.
“Non avrò nulla a che spartire con una bomba.”
Il suo rifiuto era radicato in un’esperienza personale profonda. Durante la prima guerra
mondiale aveva prestato servizio come infermiera volontaria in un ospedale militare vicino
al fronte russo. Aveva visto da vicino gli orrori della guerra. Non voleva essere coinvolta
nella creazione di qualcosa che avrebbe portato sofferenza e morte a civili innocenti.
Che uno scienziato rifiutasse di aiutare il proprio schieramento in tempo di guerra era
qualcosa di inaudito. Ma a lei non importava. Il suo rifiuto non significava che non
appoggiasse la causa alleata: era una forma di contestazione verso un’escalation che
avrebbe sicuramente colpito civili innocenti. La scienza, credeva Meitner, doveva mostrare
la strada del progresso, non della distruzione.
Il 6 agosto 1945, quando seppe del bombardamento di Hiroshima, Meitner uscì e
camminò per cinque ore. Era devastata. Nel suo diario scrisse: “Sicuramente verranno
pubblicate molte sciocchezze. Tutti quelli con cui ho parlato non ci hanno capito nulla.”
Nonostante il suo rifiuto, la stampa americana la etichettò come “madre ebrea della
bomba” e “pioniera della bomba atomica”. Il Saturday Evening Post arrivò a scrivere che
era fuggita dalla Germania “con una bomba nella borsa”. Meitner, che aveva rifiutato di
partecipare proprio per ragioni morali, si trovò suo malgrado trasformata nel simbolo di ciò
che più aborriva.
Nel novembre 1945 fu annunciata l’assegnazione del Premio Nobel per la Chimica del
1944 a Otto Hahn “per la sua scoperta della fissione dei nuclei pesanti”. Meitner, che
aveva progettato gli esperimenti e fornito l’interpretazione teorica, fu ignorata. Hahn,
detenuto dagli Alleati in Inghilterra, ricevette la notizia via radio.
Fritz Strassmann, che aveva lavorato con entrambi, protestò: “Che importa se Lise Meitner
non ha partecipato direttamente alla ‘scoperta’? Era il leader intellettuale del nostro team e
quindi era una di noi, anche se non era fisicamente presente per la ‘scoperta della
fissione’.”
Niels Bohr nominò Meitner e Frisch per il Nobel in Fisica nel 1946, 1947 e 1948. Senza
successo. Secondo l’archivio del Nobel, tra il 1924 e il 1967 Meitner fu candidata 49 volte:
19 per la Chimica e 30 per la Fisica. Non vinse mai.
Hahn, dal canto suo, riscrisse la storia. Nelle interviste minimizzò sistematicamente il
contributo di Meitner, lasciando intendere che fosse stata una semplice assistente, non
una partner alla pari. “Per lui, io sono parte del passato rimosso”, scrisse Meitner con
amarezza.
Ciò che ferì Meitner più dell’ingiustizia del Nobel fu il rifiuto di Hahn di fare i conti con il
passato nazista. Nel 1945, quando sentì alla BBC un resoconto sui campi di Bergen-
Belsen e Buchenwald, Meitner scrisse a Hahn:
“Cominciai a piangere a voce alta e non riuscii a dormire tutta la notte. Dovrebbero
costringere un uomo come Heisenberg, e milioni di altri con lui, a vedere questi campi e le
persone torturate… Ma voi non avete mai avuto notti insonni: non volevate vedere — era
troppo disturbante.”
Hahn non rispose. Meitner si chiedeva: “Come può la Germania riconquistare la fiducia del
mondo se i suoi migliori e più eminenti intellettuali non hanno la capacità di comprendere
questo e non hanno un desiderio ardente di fare tutto il possibile per rimediare?”
Nel dicembre del 1947, Strassmann le offrì di tornare per dirigere il dipartimento di Fisica
del Max-Planck-Institut di Magonza. Meitner rifiutò: “Non credo di poter vivere in
Germania. Da tutto ciò che leggo nelle lettere dei miei amici tedeschi, i tedeschi ancora
non comprendono cosa è accaduto, e hanno completamente dimenticato tutti gli orrori che
non sono capitati personalmente a loro.”
Lise Meitner morì a Cambridge nel 1968, a ottantanove anni. Sulla sua lapide, che si trova
nel cimitero della chiesa di St James a Bramley, Hampshire, per sua volontà, c’è solo una
riga scritta dal nipote Otto Robert Frisch:
“Lise Meitner: A physicist who never lost her humanity.” (Lise Meitner: Una fisica che non
perse mai la sua umanità).
Oltre a numerosi riconoscimenti ottenuti, nel 1970, due anni dopo la sua morte, la IAU
(International Astronomical Union) adottò ufficialmente il nome “Meitner” per un cratere da
impatto sul lato nascosto della Luna. Nel 1997, la IUPAC (International Union of Pure and
Applied Chemistry) battezzò ufficialmente l’elemento 109 Meitnerium in suo onore —
l’unico elemento della tavola periodica dedicato esclusivamente a una donna non
mitologica.
La sua storia è un monito su più livelli. Ci ricorda come il nazismo non si sia limitato allo
sterminio fisico, ma abbia cercato di cancellare il contributo intellettuale degli ebrei alla
civiltà europea. Ci mostra come la comunità scientifica, che dovrebbe essere fondata sulla
verità, possa piegarsi all’opportunismo e alla discriminazione. E ci insegna che l’ingiustizia
può perpetuarsi anche dopo la fine della persecuzione, attraverso il silenzio e la riscrittura
della storia.
Prof. Carlo Gabrieli

Lise Meitner e Otto Hahn al Kaiser-Wilhelm-Institut für Chemie (1912)
Bibliografia
- Ruth Lewin Sime, “Lise Meitner: A Life in Physics” (University of California Press, 1996)
- Marissa Moss, “The Woman Who Split the Atom: The Life of Lise Meitner” (Abrams, 2022)
- Winifred Conkling, “Radioactive! How Irène Curie and Lise Meitner Revolutionized Science and Changed
the World” (Algonquin, 2016) - Olivia Campbell, ” Sisters in Science: How Four Women Physicists Escaped Nazi Germany and Made
Scientific History” (Park Row, 2024)