All’interno di un approfondimento di Storia, abbiamo realizzato delle interviste a personalità femminile vissute durante la Grande Guerra: alcune vicine al fronte militare, altre operative sul fronte interno del Paese. Grazie all’impiego dell’ intelligenza artificiale, abbiamo presentato il personaggio storico e gli abbiamo rivolto delle domande a cui i chatbot hanno risposto integrando le informazioni in Rete. Per arrivare a interviste attendibili e precise abbiamo verificato le risposte tramite fonti sicure, perché, sebbene l’IA abbia permesso di trasformare dei dati in uno scambio vivo e coinvolgente, abbiamo riscontrato la tendenza a restituire delle vicende personali vaghe e romanzate. In conclusione l’IA è un ottimo supporto narrativo, ma richiede una guida umana per non alterare la verità dei fatti o fornire risposte sbagliate.
Il primo personaggio che vi presentiamo è Teresa Noce (1900–1980), che fu operaia, sindacalista e politica italiana: cresciuta a Torino in estrema povertà, entrò giovanissima in fabbrica come tornitrice alla Fiat Brevetti durante la Prima guerra mondiale. L’esperienza dello sfruttamento operaio e della guerra la portò all’impegno sindacale e politico. Fu tra le fondatrici del Partito Comunista d’Italia e, nel dopoguerra, eletta all’Assemblea Costituente, si batté per i diritti delle lavoratrici e la tutela della maternità.
Teresa, tu che sei entrata in FIAT a soli 17 anni, cosa ricordi del tuo primo impatto con
il tornio in quegli anni di guerra?
Ricordo il freddo di Torino e l’odore del grasso che non ti togli mai di dosso. Entrare in
fabbrica nel 1917 non è stata una scelta, ma una necessità per sopravvivere. Ero una ragazza,
eppure dovevo domare macchine pensate per gli uomini. Il tornio era faticoso, pericoloso, e se
sbagliavi la misura di un pezzo, il caporeparto ti urlava addosso senza pietà. Ma lì dentro, tra il
fumo e il fracasso, ho capito che non ero sola: eravamo migliaia di donne a far girare l’Italia
mentre i nostri fratelli e i nostri padri morivano in trincea. Le mie mani non erano più quelle di
una sarta o di una stiratrice, erano le mani di chi produceva la forza della nazione.
Teresa, come hanno influito gli anni di lavoro in fabbrica e le ingiustizie vissute sul tuo
impegno politico e sulla tua visione della società?
La fabbrica mi ha insegnato a guardare il mondo per quello che era, senza illusioni.
Lavoravamo tanto e guadagnavamo poco, senza tutele, senza diritti, e intanto la guerra
continuava come se le nostre vite fossero sacrificabili. All’inizio pensi che sia colpa tua, che devi
solo resistere di più. Poi capisci che non è così: è un sistema intero che funziona sulle spalle di
chi lavora. Parlare con le altre operaie, ascoltare le loro storie, mi ha aperto gli occhi. Ho capito
che se volevamo cambiare qualcosa non bastava sopportare: bisognava unirsi, organizzarsi,
prendere parola. Da lì è nato il mio impegno, non per ambizione, ma perché non vedevo altre
strade per difendere la nostra dignità.
Nell’agosto del 1917 Torino è insorta per il pane. Tu eri lì, tra le operaie, ma cosa
chiedevate davvero oltre alla farina?
Chiedevamo dignità. Il pane era il simbolo di tutto ciò che ci mancava. Vedevamo le vetrine
dei forni vuote mentre le fabbriche di armi lavoravano giorno e notte. La rivolta è scoppiata
perché la fame era diventata insopportabile, ma sotto quel grido c’era la stanchezza di una
guerra che non era la nostra. Noi operaie eravamo in prima linea: abbiamo incrociato le braccia
e siamo scese in strada sfidando l’esercito. Lo Stato ci ha risposto con le mitragliatrici,
dichiarando Torino zona di guerra. Lì ho capito che la lotta economica e quella politica sono la
stessa cosa: finché non avremo voce nel governo del Paese, saremo sempre le prime a soffrire
la fame e le ultime a essere ascoltate.
Oggi lavori al tornio, ma guardando al futuro, qual è il diritto che ritieni più urgente per
te e le tue compagne?
Il diritto di non dover scegliere tra essere madri e essere lavoratrici. Oggi in fabbrica se resti
incinta sei fuori, o peggio, devi lavorare fino all’ultimo giorno tra i vapori tossici per perdere il salario.
Sogno un’Italia dove il lavoro delle donne non sia considerato un ripiego “da guerra”, ma un
diritto paritario, con lo stesso salario degli uomini e tutele vere per la maternità.
Abbiamo dimostrato di saper far funzionare le fabbriche, di saper resistere ai bombardamenti e
alla fame: ora pretendiamo che la legge riconosca che siamo cittadine a pieno titolo, non solo
braccia per le emergenze.
Alexandru Miron e Matteo Simionato – 5AIF
