Dopo Teresa Noce, Dorina Mentil, è il secondo personaggio femminile della Grande Guerra che abbiamo scelto di approfondire e di cui vi proponiamo l’intervista con l’AI.
Dorina Mentil (1905-2001) incarna l’eroismo delle donne friulane. Figlia della Medaglia d’Oro Maria Plozner Mentil, giovanissima divenne portatrice, trasportando pesanti gerle di munizioni verso le trincee alpine. La guerra le impose un precoce ruolo adulto: orfana di madre a soli 11 anni e con il padre al fronte, si caricò sulle spalle la famiglia. Tra estrema povertà e assenza di sussidi, crebbe i fratelli minori con tenacia. La sua storia è un emblema del sacrificio civile nella Grande Guerra.
Dorina, avevi solo 10 anni quando tua madre Maria fu uccisa da un cecchino. Cosa ti ha dato la forza di rimetterti subito la gerla in spalla e tornare su quelle stesse montagne?
La forza non veniva da me, ma dalla necessità. Avevo dieci anni, sì, ma in quei giorni un bambino non poteva permettersi di piangere troppo a lungo. Quando vidi mia madre cadere su quel sentiero verso il Pal Piccolo, con quella macchia rossa sulla schiena, il mondo si fermò. Ma poi sentii le altre portatrici chiamarmi e capii che non potevamo restare lì immobili sotto il tiro austriaco. La gerla di mia madre era ancora piena e pensai: Se non la porto su io, chi aiuterà i nostri soldati? Mi caricai quel peso, che pareva grande quanto me, e ripresi a camminare sui sassi gelati dove lei era appena morta. Le gambe tremavano, ma le compagne anziane mi circondarono, proteggendomi come se fossi figlia loro. Continuai per lei, ma anche per chi aspettava in cima: sapevo che ogni viaggio era un filo di speranza per quegli uomini e che mia madre, da lassù, mi sussurrava di andare avanti al posto suo.
Oltre alla fatica della guerra, a casa dovevi gestire una situazione drammatica con tuo padre al fronte e un fratellino neonato. Come hai affrontato quel periodo?
A casa la guerra era diversa ma altrettanto spietata. Con papà disperso sul Carso e la mamma che non c’era più, mi ritrovai a fare l’adulta di colpo. Gildo aveva solo pochi mesi quando mamma morì: piangeva per la fame e io correvo a scaldargli quel poco latte che avevamo, facendogli da madre mentre ero ancora una bambina. La nonna era anziana e malata, non poteva fare molto se non benedirci con mani tremanti. Io facevo tutto: accendevo il fuoco con la legna umida, lavavo i panni nel fiume gelato con le mani spaccate dal freddo e accudivo i fratelli. La miseria era nera, ma non chiedevo carità: lavoravo per le vicine, pulivo stalle in cambio di un uovo o di un po’ di polenta. Ero sospesa tra due mondi: forte come un soldato sulle montagne con la gerla in spalla, e dolce come una mamma in casa. Pregavo ogni notte davanti alla foto di papà, sperando che i miei fratellini potessero crescere senza vedere mai più l’orrore che vedevo io.
Per decenni, nonostante il vostro servizio vitale, lo Stato vi ha negato la pensione di guerra sostenendo che spettasse “solo ai militari”. Come hai vissuto questa esclusione?
Quello fu il dolore più silenzioso e amaro. Dopo la guerra, quando la paura dei bombardamenti finì, iniziò quella della fame vera. Papà tornò dal fronte gravemente e non poteva più sostenerci. Bussammo alle porte dello Stato, ma ci risposero freddamente che non ci spettava nulla: nessuna pensione di guerra, perché “non eravamo militari”. Avevamo rischiato la vita, avevamo i morti in casa, ma per la burocrazia non esistevamo. Ho passato la giovinezza a lottare contro la miseria, sentendomi dimenticata da quella Patria che avevo servito. Certo, poi arrivarono dei riconoscimenti, come il cavalierato di Vittorio Veneto nel ’68, ma il vero riscatto è arrivato troppo tardi. Quando ho ricevuto la medaglia d’oro nel 1997 la gioia è stata immensa, ma non ho potuto fare a meno di pensare a quanto quella pensione negataci avrebbe aiutato quando avevamo freddo e fame.
Il riconoscimento ufficiale è arrivato molto tardi, quasi fuori tempo massimo. Cosa hai provato quel 1° ottobre 1997, quando il Presidente della Repubblica è venuto personalmen-te a Timau per consegnarti finalmente la medaglia d’oro?
Ricordo quel giorno come se fosse ieri: era il mio novantaduesimo compleanno, ma la festa era per tutte noi. Mi ero preparata con cura fin dal mattino, sentendo l’emozione di una vita intera che culminava in quel momento. Non era un giorno qualunque: il Presidente Scalfaro era venuto fin quassù, tra le nostre montagne, apposta per onorare il nostro sacrificio. Quando arrivò, vidi un uomo delle istituzioni che si inchinava davanti alla nostra storia. Mi appuntò sul petto la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria della mamma, la più alta decorazione possibile. In quel momento, circondata dalla mia gente e dai giornalisti, sentii che il cerchio finalmente si chiudeva: l’Italia si era finalmente accorta che anche noi donne, con le nostre gerle, avevamo fatto la Storia.
Alexandru Miron e Matteo Simionato – 5^AIF
