Per una filosofia dell’accoglienza

Il tema dell’accoglienza, che possiamo definire anche dell’accettazione, è di grandissima rilevanza oggigiorno, in particolar modo nell’Europa occidentale, e, di conseguenza, anche nel nostro Paese.

L’ articolo su L’Espresso della scrittrice palermitana, Evelina Santangelo dall’ omonimo titolo (“Accogliere”) espone le sue riflessioni sui pregiudizi e sull’importanza della lingua, a seguito della visione del film Io, Souleymane Bah, che parla di un ragazzo analfabeta originario della Guinea Conakry, che dopo varie migrazioni e immensi sacrifici è riuscito ad arrivare in Italia e trovare un lavoro dignitoso.

Nella nostra società gli immigrati non vengano sempre ben accolti, anzi, le loro diversità tendono ad essere viste più come qualcosa di ostile, di dannoso, non come qualcosa di integrabile nella propria cultura da cui si può imparare qualcosa. Ascoltare le persone differenti da noi sarebbe un primo gesto di inclusività, a cui seguirebbe la comprensione e, successivamente, la consapevolezza di considerare una cultura diversa un valore aggiunto alla nostra e non un pericolo.

Gli argomenti a favore di questa tesi sono differenti. In primo luogo, hanno tradizioni diverse dalle nostre. Queste ultime sono uno dei tanti elementi caratterizzanti di un gruppo etnico-sociale, che, probabilmente, è anche quello più affascinante. Pensiamo per esempio a come festeggiano i messicani La Fiesta de los Muertos (Ognissanti, 1° novembre), ai balli di gruppo che i balcani svolgono durante i matrimoni e i battesimi, alle esibizioni dei cinesi col vestito da drago, etc,… Non vi sembrano degli splendidi e divertentissimi modi per festeggiare qualcosa e/o stare insieme? Non vi piacerebbe provare almeno una volta tutto ciò? Se mi diceste di no farei fatica a credervi. Sono sicuro che la stragrande maggioranza degli italiani, se sperimentasse queste cose anche soltanto una volta, ne rimarrebbe positivamente sorpresa.

In secondo luogo, possono arricchire le nostre conoscenze, soprattutto quelle filosofiche, letterarie e storiche. Noi siamo abituati a studiare ciò che ci riguarda da più vicino, seguendo un taglio prettamente occidentale, tuttavia se cambiassimo prospettiva, riflettendo anche sulle opere originarie fuori dal mondo occidentale, arricchiremmo il nostro bagaglio culturale e, probabilmente, cambieremmo alcuni nostri punti di vista su cui “siamo fissati”.

Pensate quante poesie da leggere sono state scritte , quante guerre sono state combattute di cui non siamo a conoscenza, quante spiegazioni ha cercato di dare la filosofia altrui, diversa dalla nostra.

In terzo luogo, come noi possiamo apprendere qualcosa da loro, anche loro potrebbero assorbire qualcosa da noi: è ovvio che anche le minoranze etniche integrerebbero qualcosa di italiano/occidentale nelle proprie usanze.

Molti potrebbero affermare che l’eccesso di stranieri in un paese potrebbe causare la perdita di identità di quest’ultimo, poiché questi ultimi, secondo il parere dei contestatori, tenterebbero di imporci i loro usi e costumi. Tuttavia, in tutti i paesi in cui è presente il fenomeno dell’immigrazione, gli immigrati sono sempre in minoranza, ricoprendo solo una piccola percentuale della popolazione totale: è difficile che, per esempio in Italia, cinque milioni di persone riescano a “dominare” le restanti cinquantacinque milioni. Insomma, persino i filosofi dell’antichità avevano capito che l’uomo è una creatura sociale – Aristotele, infatti, parlava dell’uomo come “animale sociale” – che necessita di stare in compagnia e condividere. Perché molti soggetti nel ventunesimo secolo non sono in grado di comprenderlo? Nessuno deve costringere nessuno a fare qualcosa, ma tutti dovrebbero essere liberi di svolgere le proprie tradizioni e, in poche parole, vivere la propria cultura, finché questa non nuoce a nessuno.

Tutte le tradizioni sono degne di esistere: accogliere queste diversità, può farci solo che bene! 

Cristian Pricop – 3ATN