Le attività umane, da sempre, entrano in conflitto con l’ambiente e i suoi
fenomeni. Come si suol dire, a madre natura non si comanda. Difatti, come in
molti avranno notato, negli ultimi anni sono sempre più frequenti avvenimenti
in cui la potenza generatrice della natura fa capire la sua forza e l’importanza
di non sottovalutarla.
Ma è davvero l’uomo la causa diretta del degrado ambientale?
Di certo non può essere assolto, dato che, nel corso dei secoli, ha cercato di
dominare la natura per soddisfare i suoi bisogni e questa continua ricerca di
progresso ha avuto un costo: il danno ambientale.
La mente umana è molto intelligente, tanto che in pochi anni è riuscita a
primeggiare in scoperte e innovazioni, basti pensare alle nuove tecnologie.
Tuttavia, è anche molto egoista, a tal punto da disinteressarsi delle sorti del
pianeta. Per molto tempo il genere umano ha abitato la terra inconsapevole
del degrado ambientale che stava causando, alimentando l’inquinamento
dell’aria e dell’acqua, la deforestazione e la produzione di rifiuti. Ad oggi la
natura però si è fatta sentire con una voce di ribellione che ha spinto l’uomo a
prendere atto delle sue azioni, tanto che è stata sottoscritta l’Agenda 2030,
un programma d’azione adottato dall’ONU nel 2015 per raggiungere lo
sviluppo sostenibile e far fronte anche alle problematiche ambientali, in
particolare al cambiamento climatico.
L’attuazione dell’Agenda 2030 non sembra però essere ancora sufficiente.
Già in passato la natura si è ribellata alle azioni umane, proprio come
accadde per il disastro idrogeologico che si verificò la sera del 9 ottobre 1963
nella valle del Vajont.
La diga è ancora oggi un’opera di ingegneria straordinaria progettata
dall’ingegnere Carlo Semenza. Questo colosso di cemento armato fu
edificato in circa tre anni, dal 1957 al 1960, e all’epoca era il più grande
sbarramento artificiale mai compiuto dall’uomo.
Sfortuna volle che la zona adibita alla costruzione della diga non avesse
solide “fondamenta”, poiché le rocce che costituiscono la valle del Vajont e
quella del monte Toc nascondono uno strato di argillite che rende il suolo
poco stabile e soggetto a frane.
La SADE, società privata incaricata della progettazione della diga e della
creazione di un bacino artificiale per produrre energia elettrica, nascose i dati
relativi all’instabilità del terreno poiché gli interessi economici erano elevati.
Gli abitanti invece dei paesi limitrofi sapevano la verità e già alcune frane,
percepite durante le prove d’invaso, avevano preannunciato la catastrofe.
Difatti il 9 ottobre del 1963 uno smottamento di circa 270 milioni di m 3 di
ciottoli e pietra franò lungo la parete rocciosa a circa 100 chilometri orari per
poi finire nel bacino artificiale della diga. Da quest’ultima si alzò un’onda alta
250 metri che distrusse i paesi sovrastanti, come Erto e Casso, e quelli
sottostanti del comune di Longarone e frazioni, per poi proseguire nel fiume
Piave e terminare la corsa in mare.
Morirono 1910 persone. Fu una vera e propria strage.
Il capolavoro di ingegneria, tuttavia, resistette all’urto, tanto che è ancora
possibile visitare la diga e notare quel che resta del lago. Sebbene sia stato
compiuto il grave errore di occultare dati, prove e documenti che
testimoniavano la prevedibilità del tragico evento, la diga è un manifesto delle
grandi capacità della specie umana.
L’uscita didattica presso la diga del Vajont è stata di certo molto interessante
perché mi ha permesso di vedere da vicino quello che, ad oggi, è un monito
sulla necessità di rispettare la natura e di considerare attentamente l’impatto
ambientale prima di intraprendere grandi progetti infrastrutturali perché, come
disse Marco Paolini durante il suo racconto sul Vajont, bisogna “imparare
dagli errori, il mondo è fragile”.
Matteo Libralato – 2H
