Da Petrarca all’età contemporanea

L’alternativa tra socialità e solitudine è uno dei dilemmi più antichi della civiltà occidentale.

Francesco Petrarca, il celebre poeta laureato, autore del Canzoniere, si ritrovò impigliato, vivendo nel cuore della mondanità ma allontandandosi spesso da essa per cercare nella natura il controcanto della sua vita interiore.

Nella celebra lettera in cui racconta dell’ascesa al Monte Ventoso con suo fratello Gherardo, scrive di averlo fatto “spinto dal solo desiderio di vedere un luogo celebre per la sua altezza“.

Ben presto, la categoria geografica si trasforma in luogo dell’esistenza dove la verità, secondo l’autore, si trova nell’interiorità, dunque la salvezza si raggiunge soltanto se si rientra in se stessi.

Nel corso dei secoli diversi autori riprenderanno la convinzione petrarchesca secondo cui incamminarsi nella natura permette di raggiungere il proprio sé.

Tra questi il filosofo Henry David Thoreau, che a metà Ottocento descrisse la sua esperienza in una capanna sulle sponde del lago Walden nel libro “Walden ovvero vita nei boschi (1854), che ispirò l’americano Christopher McCandless, che nel 1990 decise di lasciare tutto per vagabondare in solitudine in USA (dalla cui storia il romanzo di Jon Krakauer (1997) e l’omonimo film “Into the Wild” di Sean Penn (2007).

In Italia, la teologa Adriana Zarri (1919-2010) decise di trasferirsi nel 1975 in una cascina solitaria nella campagna piemontese, ma continuando a partecipare alla vita pubblica (di questa esperienza il suo romanzo “Un eremo non è un guscio di lumaca” del 2011).

Nella società odierna, la socialità è diventata una presenza costante. Siamo continuamente connessi, immersi in un flusso continuo di informazioni e spinti a partecipare a eventi e attività di gruppo. Tuttavia, questa iper-socializzazione può risultare soffocante, portando alcune persone a cercare rifugio sicuro nella solitudine, come testimoniato dalla storia di Christopher McCandless in Into the Wild o dall’esperienza eremitica di Adriana Zarri.

Il grande successo di Into the Wild mostra il fascino di una vita più semplice, lontana dalla fretta del mondo moderno. McCandless decise di staccare la spina allontanandosi dalla società oppressiva e superficiale, priva di valori autentici.

Allo stesso modo, Zarri critica un modello sociale che sembra non lasciare spazio al pensiero individuale, spingendo le persone ad adattarsi a idee di gruppo senza una reale riflessione personale. In un’epoca in cui i social network ci mettono costantemente in contatto con gli altri, il rischio di perdere la capacità di pensare in modo autonomo è reale. Come sottolinea Zarri, il silenzio e la solitudine sono strumenti fondamentali per sviluppare un’identità personale, critica e consapevole.

FOMO o JOMO?

Un fenomeno sempre più diffuso è la fear of missing out (FOMO), ovvero la paura di perdersi qualcosa, che spinge molte persone a restare costantemente connesse per non sentirsi escluse; questo, tuttavia, genera ansia e insoddisfazione. Al contrario, la joy of missing out (JOMO) rappresenta una reazione consapevole a questa iperconnessione: si sceglie di prendersi del tempo per sé, accettando di non essere sempre presenti ovunque e riscoprendo il valore della solitudine.

Personalmente, credo che sia necessario trovare un equilibrio tra socialità e solitudine. Se da un lato il confronto è essenziale per la crescita personale, dall’altro la solitudine è un’occasione preziosa (quasi essenziale) per riflettere e riscoprire sè stessi. Viviamo in un’epoca in cui l’interazione sociale è spesso superficiale e condizionata da dinamiche di gruppo, per cui ritagliarsi momenti di silenzio può diventare un atto di libertà.

Essere sempre connessi non significa necessariamente essere più felici o più informati; al contrario, imparare a stare soli con i propri pensieri può aiutarci a vivere con maggiore consapevolezza e autenticità.

Giacomo Cassolato – 3ATN